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LE COOPERATIVE, RICCHEZZA DA NON DILAPIDARE. COMUNE DI ALESSANDRIA, SE CI SEI BATTI UN COLPO!

30 Gennaio 2013 · Nessun Commento

Condivido un articolo di grande valore del settimanale Il nostro tempo di Torino, e invito tutti i navigatori e visitatori a diffonderlo. Grazie

L’impresa cooperativa una ricchezza obbligata

Tra l’impresa capitalistica e l’impresa pubblica c’è una terza via che può riagganciare il treno della ripresa in questi tempi di crisi: l’impresa cooperativa. Nate come strumento di lotta alla povertà nell’Inghilterra dell’Ottocento, in Italia la prima vede i natali a Torino (allora come oggi città laboratorio) nel 1854, hanno saputo nel tempo ritagliarsi uno spazio importante nell’economia del nostro Paese, dimostrando di essere il migliore antidoto alla diseguaglianza sociale.

Redistribuiscono il reddito nel momento in cui lo producono, garantiscono una democrazia economica rompendo il monopolio stato-mercato e con la crisi del vecchio modello di welfare sussidiario avranno un ruolo sempre maggiore nella governance di quelle categorie di beni e consumi che gli economisti chiamano «relazionali» (servizi alla persona, cultura, socio assistenziale, gestione dei beni comuni…). La nostra Costituzione all’articolo 45 riconosce alle cooperative una «funzione sociale», è giunto il momento che sulla Carta venga riconosciuto loro anche un ruolo «economico».

Se le cooperative sono un modello vincente, uno dei valori principali della nostra economia, perché da mesi nel nostro Paese denunciano sempre più forte il rischio default? La colpa non è da ricercare nella crisi. Anzi, le coop hanno dimostrato di resistere meglio di altre imprese ai colpi della recessione, ma nei ritardi dei pagamenti, soprattutto quelli che devono arrivare dalla pubblica amministrazione. A rischio non c’è soltanto un patrimonio di imprese e di lavoro, ma anche quei valori di solidarietà, giustizia sociale e bene comune che da sempre sono alla base della cooperazione. La gratuità e le relazioni di fraternità non le producono né lo Stato, né il mercato.

A fare il quadro sull’«economia civile» al tempo della crisi e soprattutto a lanciare l’ennesimo allarme sul futuro delle cooperative in Piemonte (4 mila imprese, con oltre 80 mila occupati) un convegno organizzato la settimana scorsa a Torino da Confcooperative Piemonte, in occasione del tradizionale incontro del Consiglio regionale nella sede di corso Francia. Presenti il presidente Giovenale Gerbaudo, l’arcivescovo di Torino mons. Cesare Nosiglia e l’economista Stefano Zamagni dell’Università di Bologna.

«Le nostre imprese», ha detto il presidente Gerbaudo, che rappresenta 1.166 cooperative con 31.500 addetti e un fatturato di circa 10 miliardi di euro, «hanno retto l’impatto della crisi, mantenendo fatturato e occupati. Ma ora sono stremate. La pubblica amministrazione non paga, anche i privati sono in difficoltà, rischiamo di precipitare. Il pubblico ha tempi medi di pagamento di un anno e mezzo, il settore privato di 6 mesi. Per riuscire a pagare lo stipendio ai propri soci molti di noi sono costretti a ricorrere alle proprie risorse o peggio all’indebitamento: ci sono crediti non recuperati che per molti, soprattutto nei settori delle cooperative di lavoro e di servizi socio-assistenziali, pesano fino al 60 per cento del fatturato». Soldi «virtuali» la cui assenza minaccia di azzoppare imprese che  fino ad oggi erano riuscite a reggere la crisi. Tra i segnali di preoccupazione l’aumento del ricorso alla cassa integrazione (129 nel 2011, 211 nel 2012, numeri quasi raddoppiati, sia pure molto contenuti rispetto al resto delle imprese). Il quadro potrebbe cambiare con il recepimento del governo di una direttiva comunitaria che dal 1° gennaio 2013 impone tempi di pagamento delle forniture di beni e servizi entro 30 giorni, derogabili a 60 giorni per il settore pubblico.

A sostenere il mondo della cooperazione, capace di esprimere valori in linea con la dottrina sociale della Chiesa, è stato l’arcivescovo di Torino mons. Nosiglia. «Bisogna dare la possibilità alle cooperative di sopravvivere altrimenti perdiamo uno dei valori principali della nostra economia, insieme a quello che rappresentano dal punto di vista sociale. Queste imprese sono fondamentali per favorire il pluralismo e la crescita della democrazia che dia sviluppo alle persone, alle famiglie, alla società». Nella cooperazione, guardata con «simpatia» dalla Chiesa già sul finire dell’Ottocento, risiede infatti uno strumento utile per creare giustizia, secondo quella concezione dello «sviluppo umano integrale» descritta da Paolo VI nella Populorum progressio.

«Nell’ambito dell’impresa cooperativa», ha detto l’arcivescovo di Torino, «avviene l’incontro tra le esigenze della persona come individuo e le esigenze della comunità civile. L’impresa cooperativa coniuga in sé il principio di sussidiarietà e quello di solidarietà. Secondo la dottrina sociale della Chiesa la giustizia sociale e la solidarietà non sono elementi che si aggiungono dopo che la produzione economica ha fatto il suo corso, ma hanno a che fare con l’intero ciclo economico, quindi anche con la produzione e il consumo, il risparmio e la finanza, gli investimenti e la distribuzione».

Le cooperative sono una risorsa? «Credo che l’industria a Torino debba mantenere una presenza forte», ha risposto mons. Nosiglia a margine del convegno, «ma al tempo stesso servono nuove vie per i giovani. Le cooperative sono uno sbocco: attiveremo anche a Torino il progetto Policoro, che tanto successo ha avuto nelle diocesi del Sud. Ideato da don Operti quando era direttore dell’ufficio di pastorale sociale della Cei, il progetto aiuta i ragazzi a diventare imprenditori di se stessi: dall’orientamento, all’accompagnamento, alla realizzazione di progetti concreti che li vedano protagonisti in prima persona».

A credere nella forza delle imprese cooperative il professor Zamagni che in una trascinante lezione ha difeso il ruolo delle coop («Pochi lo dicono, ma è la forma più naturale e importante di fare impresa») come fattore di democrazia economica. «Bisogna smetterla di considerare la cooperazione come una questione assistenziale. Le cooperative sono imprese a tutti gli effetti e anche ben solide. Il problema è che sono state sempre osteggiate, in primis dai regimi totalitaristi (fascismo e comunismo, Togliatti per esempio le voleva chiudere), ma anche dagli imprenditori capitalisti che le hanno temute come possibili concorrenti e, poi, da tutti chi ha sempre privilegiato le imprese pubbliche sotto il diretto controllo dello Stato». Oggi, per esempio, ha fatto notare Zamagni, è a dir poco curioso constatare come nell’Agenda Monti non ci sia alcun riferimento alla cooperazione…

Manca, poi, un investimento culturale forte. «Mentre in America, dove sono molto pragmatici, stanno prendendo in contropiede le cooperative ispirandosi in parte ai loro valori e la cosiddetta “cooperazione di comunità” è in grande crescita, qui da noi manca addirittura un’università che trasmetta il pensiero cooperativo: in Italia non c’è un solo master della cooperazione, in America ce ne sono decine. E da lì che escono i “quadri” che andranno a dirigere le coop di domani, noi dobbiamo andarli a prendere dalle università private».

Le cooperative, però, non sono un modello vincente solo perché hanno dimostrato di reggere meglio di altre la crisi, ma perché allargando gli spazi dell’economia garantiscono la democrazia politica. E questo secondo Zamagni è uno degli aspetti più importanti. Spiega: «La democrazia politica non si regge senza una democrazia economica, cioè senza la presenza di un mercato plurale, di imprese di economia diversa, capitalistica ma anche cooperativa». Se ne sono accorti in una lontana e giovane democrazia come la Corea del Sud, uno dei primi dieci paesi industrializzati del mondo, dove il professor Zamagni ha tenuto a battesimo la prima legge sulla cooperazione, approvata il 1° dicembre 2012. Ma che bisogno c’era di quella norma?, si è chiesto Zamagni. Il premier della Corea del Sud gli ha risposto: «In un Paese dove l’80 per cento del Pil è prodotto da 10 imprese è necessario allargare gli spazi dell’economia. Perché chi ha il potere sui mezzi, finisce per determinare anche i fini…». Da un piccolo Paese una grande lezioni di democrazia. Oggi più che mai, secondo Zamagni, l’Italia ha bisogno delle «imprese cooperative», ma le cooperative per prime devono crederci.

Cristina MAURO

Tags: LETTURE CHE CI CONSIGLIAMO · PIAZZETTA DELLE CHIACCHIERE

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