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DOROTHY DAY. CHI ERA COSTEI?

15 Novembre 2012 · Nessun Commento

Dorothy Day

Dorothy Day

Nell’assemblea in corso a Baltimora i vescovi americani sono chiamati ad una scelta

Condivido una notizia bella e intrigante dal sito Vatican Insider

Maria Teresa Pontara Pederiva
Roma

Una consultazione canonica in merito alla nota pacifista americana morta nel 1980 entra nell’ordine del giorno dell’annuale assemblea d’autunno della conferenza episcopale americana che si è aperta il 12 novembre a  Baltimora con la relazione del presidente, card. Timothy Dolan.

Un discorso relativamente breve dove sono stati toccati esclusivamente temi pastorali, dalla nuova evangelizzazione ai sacramenti, senza alcun riferimento alle recenti elezioni presidenziali. Ma la politica è tutt’altro che assente dall’agenda dei vescovi  in queste settimane: dopo il seminario di Washington (8-10 novembre) sulla giustizia ambientale e i cambiamenti climatici presso la CUA (Catholic University of America) e la lettera, a firma di Richard E. Pates di Des Moines, presidente della Commissione episcopale Giustizia e Pace, al segretario di stato, Hillary Clinton per sollecitare una soluzione a due stati in Medio Oriente con la creazione di uno stato indipendente di Palestina, è assai significativa la scelta che sono chiamati a compiere in merito al proseguo del processo di beatificazione di Dorothy Day, dichiarata “Serva di Dio” da Giovanni Paolo II. Una delle figure femminili più note del Novecento a livello mondiale per la sua azione decisa a favore della giustizia e della promozione umana con numerosi contatti tra una sponda e l’altra dell’Atlantico.

Nata nel 1897 nel quartiere di Brooklyn a New York – padre giornalista di provenienza irlandese e madre inglese – Dorothy si trasferisce con la famiglia a San Francisco, ma il sisma del 1908 lascia il padre John disoccupato e il nuovo approdo è Chicago: la sicurezza economica fornita alla famiglia dal lavoro del padre caporedattore non impedisce a  Dorothy, allora di fede episcopale, di frequentare i quartieri più degradati del South Side della città dove inizia la sua vocazione verso i poveri.

Una vita travagliata sostanzialmente divisa in due: studi al College di Urbana, reporter a New York, partecipazione alla causa pacifista già in occasione della Prima Guerra Mondiale (nel 1917 è arrestata e malmenata di fronte alla Casa Bianca), diversi amori, un aborto volontario (oggetto del suo romanzo “L’undicesima vergine”), la relazione stabile con Forrest Batterham, botanico inglese, anarchico e contrario al matrimonio; nel 1927 la nascita di una figlia, Tamar, e la decisione di battezzarla anche se la scelta porrà definitivamente termine alla relazione con Batterham. Inizia un lento cammino di avvicinamento alla Chiesa cattolica, da lei vista come la “chiesa dei poveri”, ma resta costantemente dibattuta tra scelta religiosa e valori sociali per lei imprescindibili, come le marce a fianco dei comunisti per chiedere i sussidi di disoccupazione, le cure sanitarie, l’assistenza materno-infantile.

Nel 1932 l’incontro con Peter Maurin, un immigrato francese con il quale fonda – significativa la data del 1° maggio 1933 - un giornale (dove scriverà anche Jacques Maritain), il Catholic Worker, (venduto ad 1 penny la copia “così ciascuno può permettersi di comprarlo”) che diventa il fulcro d’azione di un movimento cattolico sociale con la fondazione di diverse case di accoglienza per senzatetto (nel 1936 erano già 33 in tutto il Paese) e anche comunità agricole in stile cooperativo. Partecipa lei stessa a numerose manifestazioni in difesa degli agricoltori, come in California a fianco di Cesar Chavez, per lo “sciopero dell’uva”.

Gli articoli sul giornale sono di stampo eminentemente pacifista: si parla di crociate e di papi in guerra, ma anche di san Francesco d’Assisi e della necessità per i cristiani del XX secolo di scelte di pace. Così, mentre la Chiesa ufficiale benediva l’ascesa di Franco in Spagna, il Catholic Worker era contrario perdendo una buona fetta di lettori. Con l’attacco giapponese di Pearl Harbor e la dichiarazione di guerra americana Dorothy non cambio opinione, “nel nome di Cristo”, così come per la guerra del Vietnam (e per questo venne nuovamente incarcerata). Nel 1963 è a Roma con migliaia di donne a manifestare il suo grazie a Giovanni XXIII per l’enciclica “Pacem in terris”.

In occasione del suo 75° compleanno la rivista dei gesuiti America le dedica un numero speciale, l’università cattolica di Notre Dame le aveva conferito la medaglia Laetare per la sua azione a sostegno degli emarginati. Madre Teresa di Calcutta, in visita negli Stati Uniti, aveva voluto incontrarla. La gerarchia della Chiesa l’ha sopportata, più spesso ignorata.

“Non chiamatemi santa – aveva esclamato un  giorno – non voglio essere archiviata così facilmente: se ho ottenuto qualcosa nel corso della mia vita, è perché non ho esitato a parlare di Dio e della sua volontà”.

Rosemay Linch, una suora francescana che l’ha conosciuta, di lei ricorda quanto ha scritto Romano Guardini: “Dorothy Day ha fatto per la Chiesa della sua epoca quello che altri grandi hanno fatto in altre epoche: ha richiamato la Chiesa alla fedeltà alle sue radici”.

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