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Il blog di Padre Beppe Giunti, una piazzetta dove trovarsi a chiacchierare della vita

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FRATE ANTONIO, UN SORPRESA LUNGA 800 ANNI

18 Novembre 2007 · 2 Commenti

Preparata con cura, sperimentata decine e decine di volte in altre comunità in ogni angolo del pianeta, anche da noi - san Marco Evangelista e comunità limitrofe nella periferia sud di Roma - la visita di sant’Antonio di Padova, delle sue reliquie, va concludendosi stasera. Quanti errori, quanti dolori, quante discussioni teologiche, quante precisazioni storiche attorno a questa parola vecchia (o antica?) reliquie. Eventi come questo stanno nello spazio religioso del popolare, del semplice, dell’immediato, del fisico. E del simbolo. E’ una sorpresa, bella, sottovoce, che Antonio fa da 800 anni: raccogliere e accogliere le persone più disparate, prenderle per mano nelle loto fatiche umanissime, nelle loro malattie, sconfitte, speranze e portarle a Gesù, come si vede nella Veglia dei Giovani. Che altro dovrebbe fare un frate se non accomagnare a Gesù i suoi fratelli? fra Beppe
link (artigianale vero?) a youtube, il video della VegliaGiovani “http://www.youtube.com/v/iG1hlGd4vrU&rel=1

Tags: PIAZZETTA DELLE CHIACCHIERE

2 risposte ↓

  • 1 frate Andrea V. // 19 Nov 2007 alle 09:54

    sono contento che tutto si sia svolto bene e con profitto, sia per i fedeli che per i frati che - più di ‘un’ santo… - hanno accolto un ‘fratello maggiore’ nella sequela Christi!
    mi raccomando, Beppe: non mancare di scrivere (o far scrivere) una cronaca delle giornate e mandare qualche foto per http://www.provinciapatavina.org .

    saluti a tutti

    pax

    fav

  • 2 robycappe // 21 Nov 2007 alle 11:03

    RELIQUIOLATRIA? E’ una parola che costringe ad una ginnastica boccale un po’ laboriosa, ma non ne saprei trovare una più masticabile per parlare di certi aspetti storicamente provati ed ogni giorno sperimentabili legati al culto delle reliquie; aspetti che potrebbero fornire materia di studio non solamente ai sociologi della religione, ma anche a chi si occupa (o si preoccupa) delle cose delle fede o a chi semplicemente si interroga sul senso del credere proprio e degli altri. Il fatto che l’arrivo del dito di un santo renda una chiesa assai più piena che non il Gesù Cristo domenicale (non sono certamente l’unico ad aver fatto questa esperienza), dovrebbe suscitare più di una riflessione.
    Sono andato a rileggermi le vicende, oscillanti tra il macabro ed il grottesco, a cui è andato incontro, dopo la morte, il povero corpo della patrona d’Italia, S. Caterina da Siena. Ecco come le narra Aldo Santini, giornalista e storico livornese, nel suo libro “La Toscana dei santi e dei peccatori”:

    “… c’è da rabbrividire al religioso prelievo delle reliquie dal suo corpo, sepolto nella chiesa romana di Santa Maria sopra Minerva.
    I senesi chiedono subito le sue spoglie. I romani oppongono un netto rifiuto. Allora Siena manda due frati perché ricuperino alcune reliquie importanti. I frati, aperto nella notte il sepolcro, mozzano la testa di Caterina, tagliano l’indice e il medio della mano destra, le dita benedicenti, e tornano trionfanti a Siena. Dalla particolareggiata biografia di Alessandro Falassi apprendiamo che Siena celebra l’avvenimento con otto giorni di giubilo e di venerazione e quindici di prediche. Tutto il popolo in processione con la madre resuscitata della santa che guida cento fanciulle in fiore dotate dal Comune e vestite con l’abito della Vergine.
    La testa, chiusa in un armadio della sacrestia di San Domenico, ha dapprima un involucro di rame e poi d’argento. Salvata in un incendio da un frate fiorentino, rimane «un poco abbronzata». Posta in un terzo involucro, sempre d’argento, viene trasferita in una teca di cristallo, e di seguito in un’urna di metallo dorato. Oggi riposa, si fa per dire, in una teca d’argento massiccio. Ha sopportato almeno sette ricognizioni scientifiche e devozionali.
    Ed ecco un telegrafico resoconto del devoto prelievo. Dopo i funerali, a Caterina tolgono un dente che va a Gregorio XII e da lui al monastero domenicano di Monte Oliveto. Un altro dente va a una compagna della santa e serve per un immediato miracolo. Poi, aperto il sepolcro dinanzi a una moltitudine di popolo, le viene tagliato un braccio che, riposto in un reliquiario d’argento, è sottratto dai veneziani, ripreso dai romani e alla lunga suddiviso in schegge minutissime disperse tra i fedeli della santa. C’è il taglio di un terzo dito, l’unico rimasto eretto. dove è leggenda che Gesù avesse infilato l’invisibile anello del loro matrimonio mistico, e questo sarà donato a Pisa. C’è un quarto dito la cui parte inferiore, segata, si, «ammira» a Venezia nel convento delle suore domenicane di Calle Valmara. E c’è un quinto dito, il pollice destro, con cui negli ultimi anni avrebbe scritto, conservato a Siena in San Domenico e portato in processione per la festa della santa, in luogo della testa decollata che non è piú in grado, ormai, di affrontare i rischi degli spostamenti tra la folla.
    Ancora. C’è un sesto dito per la chiesa di San Bartolorneo a Salerno. E c’è una costola venerata nel Duomo senese. C’è un’altra costola per la Compagnia di Santa Caterina della Notte, da cui viene tolta una scheggia per il monastero delle suore di Santa Caterina di Lima, nel Perù. C’è una scheggia dell’osso atlante per le Suore del Paradiso di Siena. E il generale dell’ordine domenicano stacca la mano sinistra, con al centro le stimmate, per le suore domenicane di Monte Mario a Roma. Il generale stacca anche il piede destro, con un’altra stimmate, per i domenicani dei SS. Giovanni e Paolo di Venezia.
    Dal Cinquecento in poi, a ogni apertura o spostamento del sepolcro, nuove reliquie sono tolte a quel che rimane dell’esile corpo di Santa Caterina. Un’altra costola va al convento di San Marco a Firenze. Una scapola va alle monache di Santa Caterina a Magnanapoli. Parte di un’altra costola va nella chiesa della «nazione» senese a Roma. Un osso della spalla e un dito in Santa Caterina a Napoli. Un pezzo di braccio nel convento di Santa Caterina a Roma. Una costola a Santa Maria della Sanità a Roma. Un’altra costola a Colonia, convento Predicatori Domenicani. Un osso in Ardesia, un altro osso nella Cappella Reale di Madrid. E nel 1855, per l’ultimo (?) trasferimento, il cardinale vicario di Pio IX si riserva «una piccola porzione delle sagre ossa» ponendola in un’urna di «metallo inargentato»”.

    Se S. Caterina non fu una martire in vita, lo fu evidentemente dopo la morte ad opera dei suoi devoti.
    Quindi reliquiolatria come espressione particolare dell’idolatria? e quindi con poco o niente a che spartire con la fede? Oggi viviamo in una società che si dice secolarizzata e se la fede va in crisi, l’idolatria, di contro, si dimostra del tutto inossidabile e non solo nel sacro, ma anche nel profano, dove trasferisce, paradossalmente, le forme e i modi della pratica religiosa. Se si va leggere l’articolo di Gabriele Romagnoli su Repubblica di lunedì 19 non ci dovremmo stupire se un giorno migliaia di tifosi confluiranno negli stadi per venerare un alluce di Totti od un malleolo di Ibrahimovic.

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