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CI VEDIAMO DOMANI AL PENTATONIC? (per gli amici di Roma)

15 Marzo 2011 · 2 Commenti

Domani sera mercoledì 16 alle 19 ci ritroviamo al Pentatonic in Viale Sinigaglia 18/20, Villaggio Cultura, per ripartire da Faber, dalla sua Buona Novella, precisamente dal Testamento di Tito. Chiacchierata sulle 10 Parole - Dieci Comandamenti della tradizione catechistica - per capire se si può ritrovare una piattaforma comune, sottofede, sottolaicità, umana che ci permetta di stare al mondo un po’ meglio, come persone.

Dai testi inseriti nel disco condivido questa lunga nota:

Note inserite nel disco
L’aggettivo « apocrifo ,, in greco, significa segreto, nascosto. Sembra che stesse ad indicare, fino al IV secolo d.C., alcuni scritti che qualche setta cristiana metteva a disposizione solo degli iniziati, non ritenendo che gli scritti fossero di facile comprensione per le masse.
Quando la Chiesa cominciò a distinguere in « ispirata e no » la letteratura su Cristo escluse quei testi apocrifi dal codice « canonico ».
Per estensione vennero chiamati apocrifi tutti gli scritti esclusi dal codice, appartenessero o meno a quelle sette. Così apocrifo divenne sinonimo di « non veritiero ,, « falso ,, « non corretto ».
Ci sono vangeli, bibbia, atti e lettere, sentenze e apocalissi apocrifi.
I vangeli apocrifi, in genere, vengono datati tra il I e il IV secolo d.C.
Convenzionalmente portano il nome di apostoli o testimoni della vita di Cristo: Pietro, Nicodemo, Filippo, Giacomo, Tommaso, i quali parlano in prima persona o sono citati dal redattore dei testo come fonte dei racconto.
Gli apocrifi sembrano colmare il vuoto dei quattro canonici (Marco, Matteo, Luca, Giovanni) sull’infanzia di Maria, la storia di Giuseppe, l’infanzia di Gesù e la storia di Erode e Pilato. Ma la differenza più affascinante è l’attenzione che gli autori mettono anche sulla natura « comunque » umana dei foro protagonisti; costoro, e il popolo che vive con loro, sembrano semidei di vario grado immersi in una meravigliosa e a volte anche troppo fantastica leggenda, costretti a viverla come umili e martoriati esseri umani in balia di questa unica commedia umana.
Pur essendo fuori della Chiesa gli apocrifi hanno lasciato una traccia ben profonda: dalle più piccole e radicate tradizioni: la grotta, l’asino e il bue, i nomi dei Magi e dei genitori di Maria, fino alle basi sulle quali poggia il dogma dell’Assunzione e la definizione « Madre di Dio ». Queste e altre notizie hanno ricchezza di particolari e spesso unica citazione nei vangeli apocrifi. La loro storia è sotterranea. I « fedeli » cristiani non li conoscono, la Chiesa non li divulga, per secoli sono stati ignorati eppure Dante, Carpaccio, Tiziano, Michelangelo, Raffaello, Hugo, Buigakov devono averli letti se hanno raccontato o dipinto scene che solo gli apocrifi contengono.
li lavoro di questo disco nasce da una ricerca sugli apocrifi e sull’animo umano che li ha informati; nasce dalla necessità di divulgare e *comunicare e dalla convinzione che l’argomento è lungi dall’essere superato: semmai, oggi, l’interesse si sposta, finalmente, dallo studioso alla gente, attraverso l’unico tramite ancora possibile, l’artista.
Fabrizio De André comincia il suo mestiere di autore con le canzoni di protesta, La guerra di Piero, La ballata dell’eroe (vai la pena di chiamarle di protesta visto che nove anni fa la protesta non era di moda) e con stupende canzoni d’amore, Bocca di rosa, Via dei Campo, Marinella.
La storia spesso fa da supporto, da pretesto per la polemica, per la satira, per l’umorismo su questo nostro « scostumato » mondo. Tra un verso e l’altro filtra l’ironia dell’uomo che ha bisogno di fede e fede non ha trovato. Il problema più che-religioso è mistico e, fattosi primo tra gli altri, comincia a cadenzare una
sfiducia in tutto ciò che è mito ma non risolve, che è autorità ma non opera, che è volontà ma non vuole altri che se stessa. L’ironia, qualche volta, prende la piega acre dei sarcasmo, la sfiducia scende di classe, corrode anche gli oppressi fino alla passività che è suicidio e De André scrive Tutti morimmo a stento, cantata sulla morte ma anche per la morte, certa, sicura, e tanto più amara se i] vivere non è stato. Tutti morimmo a stento è un quieto dolore che finisce male, della rivolta non ci sono più neppure le radici, rimangono due invocazioni e un atto di accusa che sembrà una preghiera. Solo la morte ha ragioni per vivere: ha la coscienza di essere stata chiamata.
La buona novella è il grado più alto di questa illusione-disillusìone-sfiducìa. Ne è l’emblema, addirittura. Comincia con una favola, una leggenda: un « c’era una volta » che fa presagire lieto fine e felicità. Contiene l’identico carattere di anomalia delle favole: cominciano con momenti tristi e penosi, con angosce e fatiche, lo svolgimento rasenta il tragico, l’irreparabile, poi sfociano brutalmente (come quando arrivano i nostri) in un lieto fine liberatorio. Sono forse i timori, le paure dell’adolescenza che svaniscono nel l’accettazione, con la maturità, di affetti concreti, reali e semplici.
Il raro e lo straordìnario sono sempre di passaggio.
E De André segue questo itinerario: alla favola sembra crederci, la porta avanti come se dovesse concludersi con il lieto fine, termina persino il primo tempo con l’odore della felicità. E poi distrugge con forza e decisione tutto ciò che ha costruito e lo distrugge senza giustificazioni di destini o di predestinazioni: con la convinzione che l’ineluttabile morte deve accadere, comunque, anche per errore. Sembra allora che la costruzione della prima parte sia stata fatta apposta per essere abbattuta: più dolce, femmina e leggenda, per frustrare definitivamente con la realtà dura e maschile ogni capacità di speranza. Non importa che la storia dei vangeli gli fosse ovviamente nota. Alla sua storia « evangelica » manca il riferimento biblico « affinché si compisse quei che è stato predetto ». De André usa perciò della stessa meraviglia dei narratore originale, l’incredibile lo allarga, lo riempie di possibile, lo umanizza come fosse credibile, fino al tentativo di corruzione dell’ascoltatore perché gioisca con lui: questa volta ce l’abbiamo fatta, i fatti cambiano il mondo! E poi lo dileggia perché ha creduto, ancora una volta, alla favola illusoria.
Resta. a consolare, quell’amore dell’ultimo verso
dei testamento di Tito: unico comandamento, ama il prossimo tuo, che comandamento non è. Parallelamente a questa sfiducia esistenziale (anche l’unico che poteva essere Dio è morto) c’è, ben chiara, quella propriamente politica. Ed è ancora la stessa strada della frustrazione.
Così una bambina, prima ancora di capire, prima ancora di volere, è già strumento della fede dei genitori e, naturalmente, dei potere che quella fede esercita. E viene allevata nel seno dei potere per servire-il potere. E proprio dalla vergine per vocazione (sterile, perciò), nasce la rivolta. La gioia è breve, il potere riprende le redini in mano, la rivolta è soffocata, il potere uccide. L’altalena vichiana dei finale toglie, senza molte cortesie, e senza tanto favoleggiare, le illusioni a diciannove secoli di storia.
La storia finisce con la morte perché la morte è la fine della realtà. La resurrezione sarebbe ancora leggenda e ancora una volta toglierebbe forza alla possibilità di imitare quest’uomo che De André considera,il più importante rivoluzionario della storia.
Il legame con i vangeli apocrifi è allo stesso tempo profondo e tenue. Direi che De André li usa fin che gli sono utili, ne adopera alcuni strumenti, sono la fonte necessaria per un lavoro così complesso.
L’infanzia di Maria ha dei precisi riferimenti « storici » e così il viaggio di Giuseppe e l’annunciazione dell’angelo e la parte nota della passione ma al personaggio Giuseppe, per esempio, De André ha dato un’anima che negli apocrifi non ha. Gli autori di duemila anni fa lo dicono servitore di un’idea ma non dicono che cosa lui ne pensasse. E così i turbamenti di Maria, le parole delle tre madri, i gruppi della via crucis (che, come fonte è apocrifa e non esiste nei canonici) il sogno della concezione e soprattutto il testamento di Tito nascono dalla fantasia di De André per costruire una storia che termini, fisicamente e nel contenuto, con « lodate l’uomo ».
Dei versi di Fabrizio, ormai giunto alla maturità espressiva, c’è da segnare l’uso della metrica e della rima. Ne è divenuto così padrone da non perdere occasione per proporre un’immagine. E qui le immagini si rincorrono, si sovrappongono, si ammucchiano una contro l’altra dal primo verso all’ultimo.
Apparentemente senza fatica. E invece è stata fatica, di un anno di lavoro, molti giorni e molte serate e troppe notti.”

f b

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2 risposte ↓

  • 1 francesca // 20 Mar 2011 alle 18:28

    sono giorni e giorni che ci penso e sono giunta a questa personalissima conclusione

    prima di tutto ,a mio avviso dobbiamo fare una premessa : Tito non è uno dei ladroni,ma il ladrone che Gesù assolve dai propri peccati e a cui promette una vita eterna
    Ma Tito è un peccatore come lui stesso dice e oltre tutto non è pentito, ma giustifica tutte le sue azioni attribuendo la sua colpa ad altri
    Ho rubato? si ma ho levato i soldi ai ricchi che già avevano rubato (robin Hood)
    Non ho onorato mio padre? ma come fai ad amare una persona che ti rompe il naso…
    Ho bestemmiato ? ma avevo un coltello nel fianco,soffrivo ma tanto Dio era troppo occupato
    …..e così per i vari comandamenti
    Ma allora perchè Gesù lo assolve ,perchè Gesù lo vuole vicino?
    Forse perchè in punto di morte Tito ama,ama una persona come mai era successo, prova dolore davanti ad un uomo che muore perdonando ,senza rancore.
    Non ha pietà nè per se stesso nè per l’altro ladrone,ma solo per quell’uomo innocente che muore insieme a lui
    E allora come non vedere la frase di Gesù “Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi. ”
    Forse Tito non ha rispettato i comandamenti ma il suo pentimento diventa grande amando gli altri

  • 2 francesca // 21 Mar 2011 alle 13:11

    piccola aggiunta :
    Tito non solo ama ma forse per la prima volta si sente veramente amato

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