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SUCCEDE ANCHE QUESTO IN EGITTO

3 Febbraio 2011 · 1 Commento

Condivido un articolo che analizza il documento di alcuni religiosi e intellettuali egiziani, pubblicato in questi giorni di “rivoluzione”.

Dal sito http://chiesa.espresso.repubblica.it/articolo/1346544
ROMA, 31 gennaio 2011 – L’Egitto di Mubarak era un caposaldo per la politica occidentale in Medio Oriente. Era un caposaldo anche per il dialogo tra la Chiesa di Roma e l’islam sunnita, con epicentro la moschea e l’università di al-Azhar. L’Egitto era considerato un argine contro l’islamismo radicale e una protezione per i cristiani del luogo, sia pure al prezzo di una loro pesante sottomissione, in un regime di perpetua “dhimmitudine”.

Oggi tutto questo rischia di essere travolto da un rivolgimento i cui prevedibili beneficiari saranno i Fratelli Musulmani e le correnti islamiche radicali. La strage di Capodanno alla chiesa copta di Alessandria è il tragico corollario di una “fitna”, di una frattura che è interna al mondo musulmano in Egitto e in altri paesi, contro regimi e leader ritenuti apostati, contro una presenza cristiana ritenuta inquinante, da spazzar via.

Anche le accuse di “ingerenza” inopinatamente scagliate all’inizio di quest’anno contro Benedetto XVI dal grande imam di al-Azhar, Ahmed al-Tayyeb, e il successivo suo abbandono del dialogo con la Chiesa di Roma sono parte di questa frattura, esplosa nelle rivolte di questi giorni. L’imam di al-Azhar è legato a filo doppio al regime illiberale di Mubarak, con il quale condivideva la stessa qualifica di “moderato” sul quadrante degli equilibri internazionali. Per tenere a freno la rivolta delle masse musulmane, entrambe le autorità egiziane, quella politica e quella religiosa, hanno sempre represso da un lato le libertà dei cristiani copti e dall’altro, ancor più, il campo d’azione delle correnti islamiche radicali.

Da ultimo, l’aumentato timore di un crollo del regime ha indotto sia Mubarak che al-Azhar a irrigidirsi ancor più. Già prima, infatti, della strage di Alessandria l’imam al-Tayyeb – che pure è uno dei firmatari della famosa “lettera dei 138 saggi musulmani” al papa – aveva aperto le ostilità contro la Chiesa di Roma. Aveva preteso e ottenuto che da un colloquio in programma al Cairo, oggi definitivamente annullato, il Vaticano escludesse un suo delegato chiave, padre Khaled Akasheh, giordano, esperto di islam, membro del pontificio consiglio per il dialogo interreligioso.

Fino all’ultimo, inoltre, sia Mubarak che al-Azhar hanno sistematicamente ridotto al silenzio anche tutte le voci riformiste che in campo musulmano si sono discostate dalle correnti tradizionali. La lista degli “eretici” uccisi, feriti, processati, incarcerati, imbavagliati, esiliati è impressionante. Tra essi c’è anche un Nobel per la letteratura, il grande Naguib Mahfuz.

Non sorprende, quindi, che in questi giorni di rivolta generale alcune di queste voci riformiste siano venute allo scoperto.

Tra gli altri attori collettivi presenti in Egitto, i copti si sono trattenuti dal scendere in piazza (una loro fiammata di protesta era scoppiata solo dopo la strage di Alessandria). Temono che un crollo del regime di Mubarak renda la loro vita ancor più difficile di quanto già sia.

Si sono tenuti a margine anche i Fratelli Musulmani, ma per ragioni opposte. Calcolano che un collasso del regime tornerà comunque a loro vantaggio.

Per i musulmani riformisti, invece, si è aperto un varco. E hanno fatto sentire la loro voce.

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Il 24 gennaio, sul sito on line della rivista egiziana “Yawm al-Sâbi” (Il Settimo Giorno), è apparso un testo intitolato “Documento per il rinnovamento del discorso religioso”. Prima di sera il testo era già presente su più di 12 mila altri siti arabi.

A segnalarlo al di fuori del mondo arabo e ad evidenziarne l’importanza è stato un gesuita e islamologo, Samir Khalil Samir, egiziano di nascita, molto stimato da Benedetto XVI. Egli ha tradotto e commentato le parti essenziali del documento in due servizi pubblicati sull’agenzia on line “Asia News” del Pontificio Istituto per le Missioni Estere.

Il testo originale, in arabo, del documento è in questa pagina web di “Yawm al-Sâbi”:

> “Documento per il rinnovamento del discorso religioso”

Lì si spiega che il documento è stato scritto seguendo le indicazioni di 23 pensatori musulmani egiziani, indicati nome per nome.

Per padre Samir sono tutti studiosi e credenti rinomati. Tra essi ci sono Nasr Farid Wasel, ex gran mufti dell’Egitto; Gamal al-Banna, fratello del fondatore dei Fratelli Musulman; l’imam Safwat Hegazi; i professori Malakah Zirâr e Âminah Noseir; il celebre scrittore islamista Fahmi Huweidi; i predicatori della missione islamica Khalid al-Gindi, Muhammad Hedâyah, Mustafa Husni. Tre di questi sono ritratti in testa al documento, nella foto riprodotta in questa pagina.

Il documento è in 22 punti telegrafici, che delineano un programma di riforma dell’islam: da una sua pratica superficiale ed esteriore a una più autentica ed essenziale.

Eccolo, sulla base di una traduzione “a caldo” dall’arabo fatta da padre Samir:

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DOCUMENTO PER IL RINNOVAMENTO DEL DISCORSO RELIGIOSO

Il Cairo, 24 gennaio 2011

1. Riesaminare le raccolte delle Hadith [le frasi attribuite dalla tradizione a Maometto] e i commentari del Corano, per purificarli.

2. Sottoporre a verifica il vocabolario politico-religioso islamico, come ad esempio la gizah [l’imposta speciale richiesta ai dhimmi, le minoranze non musulmane sottoposte a limitazioni].

3. Trovare una nuova pratica del concetto di mescolanza fra i sessi.

4. Mettere a punto la visione islamica riguardo alla donna e trovare forme convenienti per il diritto matrimoniale.

5. L’islam è una religione della creatività.

6. Spiegare il concetto islamico di jihâd [la guerra santa interiore ed esteriore], e precisare norme ed obblighi che la regolano.

7. Bloccare le invasioni di religiosità esteriore e le pratiche estranee che ci giungono dagli stati vicini.

8. Separare la religione dallo stato.

9. Purificare il patrimonio dei primi secoli dell’islam (salafismo), eliminando i miti e le aggressioni contro la religione.

10. Dare una preparazione adeguata ai predicatori missionari e in questo campo aprire le porte a coloro che non hanno studiato all’università di Al Azhar, secondo criteri ben chiari.

11. Formulare le virtù comuni alle tre religioni rivelate.

12. Dare orientamenti riguardo agli usi occidentali ed eliminare i comportamenti sbagliati.

13. Precisare la relazione che deve esistere fra membri delle religioni attraverso la scuola, la moschea e la chiesa.

14. Redigere in maniera adatta all’occidente la presentazione della biografia del Profeta.

15. Non allontanare le persone dai sistemi economici con l’interdizione di trattare con le banche.

16. Riconoscere il diritto delle donne di accedere alla presidenza della repubblica.

17. Combattere le pretese settarie, [sottolineando] che la bandiera dell’islam [deve essere] unica.

18. Invitare la gente ad andare a Dio mediante la gratitudine e la saggezza, e non con le minacce.

19. Far evolvere l’insegnamento di al-Azhar.

20. Riconoscere il diritto dei cristiani di accedere a cariche importanti e [anche] alla presidenza della repubblica.

21. Separare il discorso religioso dal potere e ristabilire il suo legame con i bisogni della società.

22. Migliorare il legame fra la da’wah [l’appello alla conversione all’islam] e la tecnologia moderna, le catene satellitari e il mercato delle cassette islamiche.

*

A questi 22 punti fanno seguito altrettanti paragrafi di commento. Che a giudizio di padre Samir fanno intravedere una vera e propria rivoluzione rispetto ai modi tradizionalisti e puritani di vivere l’islam immessi ultimamente in Egitto soprattutto dall’Arabia Saudita.

Nella sua analisi su “Asia News”, padre Samir trova importante il punto 8, con la proposta di separare la religione dalla politica. Nel commento allegato – egli fa notare – compare la parola “almaniyyah”, laicità. Una parola che nei paesi arabi viene comunemente intesa come ateismo e quindi pregiudizialmente condannata. Tant’è vero che al sinodo sul Medio Oriente tenuto a Roma lo scorso ottobre i vescovi evitarono di usarla.

Qui, invece, gli autori del documento scrivono che la laicità non va considerata come nemica della religione, ma piuttosto come una salvaguardia contro l’uso politico o commerciale della religione. “In questo contesto – scrivono – la laicità è in armonia con l’islam e perciò è giuridicamente accettabile”. Non però se si tramuta in un controllo delle attività islamiche da parte dello stato.

Commenta padre Samir:

“Questo punto, sebbene molto controverso, mostra il fatto che in Egitto sta nascendo il concetto di società civile, non immediatamente coincidente con la comunità islamica”.

Notevole è anche il punto 6 circa la guerra santa. Gli autori del documento la ammettono solo se difensiva e solo in terra musulmana. Mai uccidendo gente disarmata, donne, vecchi, bambini, preti, monaci. Mai colpendo luoghi di preghiera. Sottolineano che questa è dottrina dell’islam da 1400 anni e chi la viola lo tradisce gravemente.

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Il segnale dato da questo documento è piccolo. Ma non va trascurato. Quando questi temi sono stati trattati in colloqui tra esponenti della Chiesa cattolica e dell’islam – come fin qui è avvenuto più volte – mai è accaduto che essi trovassero un rilancio e una diffusione nell’opinione pubblica musulmana.

La stessa “lettera dei 138″ è tuttora un oggetto sconosciuto per la quasi totalità dei musulmani nel mondo.

Invece, questo documento del Cairo è nato in ambiente musulmano e ha avuto una diffusione immediata in un circuito d’opinione più largo. Sui vari siti sta raccogliendo numerosissimi commenti, nella gran parte contrari ed ostili, ma pur sempre prova di un interesse a discuterne.

Se si guarda a ciò che Benedetto XVI disse – lo stesso anno della lezione di Ratisbona e del viaggio in Turchia – a proposito del futuro dell’islam, questo documento del Cairo segna un piccolo passo proprio nella direzione auspicata dal papa.

Disse Benedetto XVI alla curia romana, il 22 dicembre 2006:

“Il mondo musulmano si trova oggi con grande urgenza davanti a un compito molto simile a quello che ai cristiani fu imposto a partire dai tempi dell’illuminismo e che il Concilio Vaticano II, come frutto di una lunga ricerca faticosa, ha portato a soluzioni concrete per la Chiesa cattolica. [...]

“Da una parte, ci si deve contrapporre a una dittatura della ragione positivista che esclude Dio dalla vita della comunità e dagli ordinamenti pubblici, privando così l’uomo di suoi specifici criteri di misura.

“D’altra parte, è necessario accogliere le vere conquiste dell’illuminismo, i diritti dell’uomo e specialmente la libertà della fede e del suo esercizio, riconoscendo in essi elementi essenziali anche per l’autenticità della religione. Come nella comunità cristiana c’è stata una lunga ricerca circa la giusta posizione della fede di fronte a quelle convinzioni – una ricerca che certamente non sarà mai conclusa definitivamente – così anche il mondo islamico con la propria tradizione sta davanti al grande compito di trovare a questo riguardo le soluzioni adatte”.

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