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Il blog di Padre Beppe Giunti, una piazzetta dove trovarsi a chiacchierare della vita

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OGGI IL SALUTO AD UNA “ESULE E PROFUGA”

13 Novembre 2007 · 4 Commenti

Stamattina celebrerò l’Eucaristia del funerale di una anziana esule, sì perché la parrocchia San Marco Evcangelista all’Agro laurentino (!) dove ora vivo è nata e cresciuta con un nucleo consistente di persone fuggite a cavallo del 1947 da Istria, Dalmazia, Quarnaro. Oggi si va lì in vacanza naturalistica, prima ci vivevano circa 300.000 persone di nazionalità e cultura italiana che poi sono state costrette a scappare. Il cognome della defunta dichiara la sua origine. E’ utile scorrere un po’ le pagine di questa storia complicata, sanguinante, sparita per decenni dalla memoria collettiva.
fra Beppe

Tags: PIAZZETTA DELLE CHIACCHIERE

4 risposte ↓

  • 1 frate Andrea V. // 14 Nov 2007 alle 09:46

    Storia davvero dolorosissima, caduta forse nell’oblio a causa di tante altre storie drammatiche ed epocali con i genocidi degli ultimi tempi.
    Finché questi testimoni possono parlare… è bene ascoltarli con rispetto e affetto: non ci affacceranno solo sull’abisso della violenza irragionevole e bieca, ma soprattutto sulla loro capacità di resistere, ricostruirsi una vita… forse anche di perdonare!
    “Perdoniamo fino a che amiamo”, François de La Rochefoucauld .

    pax

    fav

  • 2 chiara pent // 14 Nov 2007 alle 12:13

    Non avevo mai conosciuto dei profughi istriani, fino a quando nel 1999 ho conosciuto mio marito…e sua mamma, e suo papà e alcuni dei loro parenti profughi anche loro.
    Forse la mia esperienza “con la mia famiglia acquisita” ha dei punti di contatto con la tua, Beppe, “con il quritere dalmata di Roma.
    La prima cosa che ho pensato conoscendoli è stata “è proprio vero che la storia non la fanno i generali e non si trova sui libri di scuola!!”. Poi ho ascoltato con rispetto chi mi parlava della casa abbandonata e occupata da altri, dei sopprusi subiti: prima dal podestà fascita e poi dai titini, del papà ucciso e della partenza verso l’Italia, del villaggio dalmata a Novara, della sistemazione a Torino. Non avevano nulla, parlavano l’istriano e poco italiano, hanno lavorato una vita intera, ignorati ma corteggiati ad ogni campagna elettorale, perchè anche loro sono voti.
    Dalla mia famiglia d’origine ho sentito raccontare della dittatura fascista, dell’occupazione nazista e della resistenza: anche in Italia ci sono state morti e sofferenze (fucilazioni, deportazioni, ecc) e sono diventate memoria comune, fatti, da celebrare o demitizzare ma fatti.
    L’esperienza dei profughi si è voluta negarla. A me sembra di aver capito che il dramma degli istriani era scomodo politicamente ed è stato calpestato, fino a quando - finito il ‘900 - è diventato conveniente celebrarlo con la giornata del ricordo, e scriverne anche sui libri, perchè ormai si può.
    Ma non si può tradurre in parole la dignità di uno sguardo, quello di mia suocera che nonostante le umiliazioni e la sofferenza subite da giovane sa amare con tenerezza i suoi nipotini ((..e questa briscola di nuora!!), perchè ha saputo rimanere fedele a se stessa e nel contempo guardare al domani.
    Non gliene importa niente di celebrare la giornata del ricordo, ormai è una “vecia” - mi dice - e sa solo lei cosa ha passato.
    Ciò che conta è che con la sua generosità e vitalità, è stata lei, come tanti come lei poverissimi e umili, a riscattare questa “povera Italia” e non viceversa.

  • 3 Gianluca // 16 Nov 2007 alle 00:24

    Per cinquantanni i nostri governi, hanno vigliaccamente taciuto la tragedia dell’Istria e del popolo giuliano-dalmata.
    Per cinquantanni se provavi ad affrontare il problema o parlare di Foibe, venivi bollato come fascista.
    Migliaia di italiani sono morti non perchè fascisti, ma perchè italiani e pochi ricordano che la polizia comunista titina sparò addosso alla folla di Trieste, uccidendo 4 persone, ree soltanto di sventolare il tricolore italiano.
    Come recita una canzone:
    “Istria e Dalmazia, nè Slovenia nè Croazia!”

  • 4 robycappe // 17 Nov 2007 alle 17:42

    La tragedia degli italiani d’Istria, Dalmazia e Venezia Giulia nell’immediato dopoguerra, similmente a quella di poco precedente

    delle foibe, è stata a lungo negata o taciuta. Oggi il “giorno del ricordo” (10 febbraio), temporalmente vicino al “giorno della

    memoria” (27 gennaio), che commemora un’altra grande tragedia, quella della Shoah, vuole appunto ricordare, dopo decenni di

    oblio, un dramma di dimensioni bibliche che coinvolse ca. 300.000 italiani provenienti da quelle terre.
    Oggi si parla e, soprattutto, si scrive di quel dramma, ma non penso, come dice Chiara Pent nella sua commossa testimonianza,
    perché conviene, ma credo perché, al fondo di ogni cuore onesto, ci sia un’urgenza di verità e di giustizia, quanto meno storica.
    Chi vuole ripercorrere le tappe degli eventi che hanno prodotto quelle due tragedie, quella delle foibe e quella dell’esodo dei

    giuliano-dalmati, può trovare, tra le altre, due opere di storici seri: FOIBE, di Gianni Oliva e L’ESODO, di Arrigo Petacco,

    entrambe pubblicate negli Oscar Storia di Mondadori. I due testi procedono quasi in parallelo nella ricostruzione storica:

    l’annessione delle terre giuliano-dalmate nel primo dopoguerra, la politica di snazionalizzazione e di depredamento economico del

    fascismo nei confronti delle etnie slave, il risentimento di quest’ultime (divenuto poi odio) nei confronti degli italiani, scatenatosi

    dopo la crisi dell’8 settembre ‘43 con la prima ondata di foibe, le velleità annessionistiche del comunismo titino, per il quale i

    confini italiani dovevano arretrare fino al Tagliamento, la slavizzazione forzata con la seconda ondata di foibe e le deportazioni, il

    dramma di Trieste ed infine l’esodo, dopo la firma del trattato di pace il 10 febbraio 1947. E’ Petacco che dedica spazio a

    quest’ultimo fase, riportando anche testimonianze alle quali si potrebbero accostare di diritto anche le parole di Chiara Pent.
    Dietro a tutto emerge, tetro regista di tanto dramma, il gioco delle convenienze politiche degli Stati e delle forze coinvolte, non

    importa da quale parte schierati.
    Sulle foibe e sull’esodo si è taciuto sia per pregiudiziali ideologiche, sia per ragioni di convenienza: dopo la rottura fra Stalin e

    Tito, nel giugno del ‘48, la Iugoslavia incrina il blocco comunista ed assume, agli occhi del blocco occidentale, un ruolo importante

    di intermediazione. Non è opportuno (”politically correct”, come oggi si dice) che Roma chieda a Belgrado l’dentificazione e

    l’estradizione degli autori degli eccidi, non è opportuno che Belgrado chieda a Roma la stessa cosa per i militari italiani

    responsabili di crimini contro la popolazione durante l’aggressione fascista della Iugoslavia nel 1941.
    Oggi, caduti molti “muri”, si può, scavando con pazienza tra le macerie, ricomporre la verità storica; ma la logica anomala del

    “politically correct” continua ad esistere: quasi un anno fa Benedetto XVI, incontrando ad Istambul il patriarca armeno Mesrope II

    parlò di “circostanze davvero tragiche sperimentate durante il secolo passato” dal popolo armeno.
    Un abitante di un altro pianeta avrebbe capito che dietro a quelle parole ci stava il genocidio di oltre un milione e mezzo di armeni

    perpetrato dalla Turchia? O forse avrebbe pensato ad una serie di disastrosi terremoti? (in fondo si tratta di una zona ad elevata

    sismicità…)

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