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CHE VALGA ANCHE PER IL CRISTIANESIMO?

25 Settembre 2008 · 5 Commenti

Vi propongo di leggere e discutere un articolo di Michele Serra, perché l’analisi di fondo mi pare valga anche per il Cristianesimo Cattolico attuale. Una grande richiesta di semplificazione che riduca a consumo facile facile la fede. 

Il mondo facile della politica format

di MICHELE SERRA

La campagna per il ritorno alla maestra unica, al di là dei propositi contingenti di “risparmio”, aiuta a riflettere in maniera esemplare sulle ragioni profonde delle fortune politiche della destra di governo, e sulle sue altrettanto profonde intenzioni strategiche. Sono intenzioni di semplificazione. Se la parola-totem della sinistra, da molti anni a questa parte, è “complessità”, a costo di far discendere da complesse analisi e complessi ragionamenti sbocchi politici oscuri e paralizzanti, comunque poco intelligibili dall’uomo della strada, quella della destra (vincente) è semplicità.
La pedagogia e la didattica, così come sono andate evolvendosi nell’ultimo mezzo secolo, sono avvertite come discipline “di sinistra” non tanto e non solo per il tentativo di sostituire alla semplificazione autoritaria orientamenti più aperti, e a rischio di permissivismo “sessantottesco”. Sono considerate di sinistra perché complicano l’atteggiamento educativo, aggiungono scrupoli culturali ed esitazioni psicologiche, si avvitano attorno alla collosa (e odiatissima) materia della correttezza politica, esprimono un’idea di società iper-garantita e per ciò stesso di ardua gestione, e in buona sostanza attentano al desiderio di tranquillità e di certezze di un corpo sociale disorientato e ansioso, pronto ad applaudire con convinzione qualunque demiurgo, anche settoriale, armato di scure.
In questo senso la proposta Gelmini è quasi geniale. L’idea-forza, quella che arriva a una pubblica opinione sempre più tentata da modi bruschi, però semplificatori, è che gli arzigogoli “pedagogici”, per giunta zavorrati da pretese sindacali, siano un lusso che la società non può più permettersi. Il vero “taglio”, a ben vedere, non è quello di un personale docente comunque candidato - una volta liquidati i piloti, o i fannulloni, i sindacalisti o altri - al ruolo di ennesimo capro espiatorio. Il vero taglio è quello, gordiano, del nodo culturale. La nostalgia (molto diffusa) della maestra unica è la nostalgia di un’età dell’oro (irreale, ma seducente) nella quale la nefasta “complessità” non era ancora stata sdoganata da intellettuali, pedagogisti, psicologi, preti inquieti, agitatori politici e cercatori a vario titolo del pelo nell’uovo. Una società nella quale il principio autoritario era molto aiutato da una percezione dell’ordine di facile applicazione, nella quale il somaro era il somaro, l’operaio l’operaio e il dottore dottore. Una società che non prevedeva don Milani, non Mario Lodi, non Basaglia, ovviamente non il Sessantotto, e dunque, nella ricostruzione molto ideologica che se ne fa oggi a destra, è semplicemente caduta vittima di un agguato “comunista”.
In questo schemino, semplice ed efficace, la cultura e la politica, a qualunque titolo, non sono visti come interpreti dei conflitti, ma come provocatori degli stessi. Se la pedagogia “permissiva” esiste, non è perché il disagio di parecchi bambini o la legnosità e l’inadeguatezza delle vecchia didattica richiedevano (già quarant’anni fa) di essere individuati e affrontati, ma perché quello stesso problema è stato “creato” da un ceto intellettuale e politico malevolmente orientato alla distruzione della buona vecchia scuola di una volta. Insomma, se la politica è diventata un format, come ha scritto Edmondo Berselli, la sua parola d’ordine è semplificazione.
Per questa destra popolare, e per il vasto e agguerrito blocco sociale che esprime, la complicazione è un vizio “borghese” (da professori, da intellettualoidi, beninteso da radical-chic, e poco conta che il personale scolastico sia tra i più proletarizzati d’Italia) che non possiamo più permetterci, e al quale abbiamo fatto malissimo a cedere. Non solo la pedagogia, anche la psicologia, la sociologia, la psichiatria, nella vulgata oggi egemone, non rappresentano più uno strumento di analisi della realtà, quanto la volontà di disturbo di manipolatori, di rematori contro, di attizzatori di fuochi sociali che una bella secchiata d’acqua, come quella della maestra unica, può finalmente spegnere. La lettura quotidiana della stampa di destra - specialmente Libero, da questo punto di vista paradigma assoluto dell’opinione pubblica filo-governativa - dimostra che il trionfo del pensiero sbrigativo, per meglio affermarsi, necessita di un disprezzo uguale e contrario per il pensiero complicato, per la massa indistinta di filosofemi e sociologismi dei quali i nuovi italiani “liberi” si considerano vittime non più disponibili, per il latinorum castale di politici e intellettuali libreschi, barbogi, causidici, che usano la cultura (e il ricatto della complessità) come un sonnifero per tenere a freno le fresche energie “popolari” di chi ne ha le scatole piene dei dubbi, delle esitazioni, della lagna sociale sugli immigrati e gli zingari, sui bambini in difficoltà, su chiunque attardi e appesantisca il quotidiano disbrigo delle dure faccende quotidiane. Già troppo dure, in sé, per potersi permettere le “menate” della sinistra sull’accoglienza o il tempo pieno o i diritti dei gay o altre fesserie.
La sinistra ha molto di che riflettere: la formazione culturale e perfino esistenziale del suo personale umano (elettorato compreso) è avvenuta nel culto quasi sacrale della complessità del mondo e della società, con la cultura eletta a strumento insostituibile di comprensione anche a rischio di complicare la complicazione… Ma non c’è dubbio che tra il rispetto della complessità e il narcisismo dello smarrimento, il passo è così breve che è stato ampiamente fatto: nessuna legge obbliga un intellettuale o un politico a innamorarsi dell’analisi al punto di non rischiare mai una sintesi, né la semplificazione - in sé - è una bestemmia (al contrario: proprio da chi ha molto studiato e molto riflettuto, ci si aspetterebbe a volte una conclusione che sia “facile” non perché rozza o superficiale, ma perché intelligente e comprensibile). Ma la posta in gioco è molto più importante del solo destino della sinistra. La posta in gioco - semplificando, appunto - è il destino della cultura, degli strumenti critici che rischiano di diventare insopportabili impicci. Se questa destra continuerà a vincere, a parte il marketing non si vede quale delle discipline sociali possa sperare di riacquistare prestigio, e una diffusione non solo castale o accademica. Perché è molto, molto più facile pensare che l’umanità e la Terra siano stati creati da Dio settemila anni fa (cosa della quale è convinta ad esempio la popolarissima Sarah Palin) piuttosto che perdere tempo e quattrini studiando i fossili e l’evoluzione. È molto più rassicurante, convincente, consolante pensare che le buone maestre di una volta, con l’ausilio del cinque in condotta e di una mitraglia di bocciature, possano mantenere l’ordine e “educare” meglio i bambini ipercinetici, e consumatori bulimici, che la televisione crea e che la propaganda di destra ora lascia intendere di poter distruggere, perché è meglio avere consumatori docili (clienti, come dice Pennac) piuttosto che cittadini irrequieti. È meglio avere certezze che problemi.
È molto più semplice pensare che il mondo sia semplice, non fosse che per una circostanza incresciosa per tutti: che non lo è. Il mondo è complicato, l’umanità pure, i bambini non parliamone neanche. Se le persone convinte di questo obbligatorio, salutare riconoscimento della complicazione non trovano la maniera di renderla “popolare”, di spiegarla meglio, di proporne una credibile possibilità di governo, di discernimento dei principi, dei diritti, dei bisogni fondamentali, diciamo pure della democrazia, vedremo nei prossimi decenni il progressivo trionfo dei semplificatori insofferenti, dei Brunetta, delle Gelmini, delle Palin. Poi la realtà, come è ovvio, presenterà i suoi conti, sprofondando i semplificatori nella stessa melma in cui oggi si dibattono i poveri complicatori di minoranza. Nel frattempo, però, bisognerebbe darsi da fare, per sopravvivere con qualche dignità nell’Era della Semplificazione, limitandone il più possibile i danni, se non per noi per i nostri figli che rischiano di credere davvero, alla lunga, al mito reazionario dei bei tempi andati, quando la scuola sfornava Bravi Italiani, gli aerei volavano senza patemi, gli intellettuali non rompevano troppo le scatole e la cultura partiva dalla bella calligrafia e arrivava (in perfetto orario) alla più disciplinata delle rassegnazioni. Cioè al suo esatto contrario.
(24 settembre 2008)

Tags: LETTURE CHE CI CONSIGLIAMO · PIAZZETTA DELLE CHIACCHIERE

5 risposte ↓

  • 1 enzo serafin // 25 Set 2008 alle 14:24

    Trasferendo quest’analisi al contesto del cristianesimo,cattolico e non,è pur vero che molti desiderano una religione “alla carta”,prendo quello che mi fa più comodo e tante grazie,oppure “semplificano”il tutto fino a rendere evanescente ogni parola e azione.E’ tuttavia fonte di grande disagio osservare come la “prassi” ecclesiale-ecclesiastica segua
    un percorso di “priorità”che non è proprio quello percepito come realmente tale dalle persone normali:
    L’Istituzione Chiesa si muove con “sensibilità”
    su questioni come:
    -8 per mille
    -aborto
    -scuole private
    -morale sessuale
    -etica della procreazione,ecc
    (L’ordine non è casuale !!!)
    E il “resto”,cioè il farsi prossimo evangelico,che laicamente può anche dirsi come il prendersi cura ?
    Ripeto,nella realtà contemporanea, è prioritario
    la cura delle persone o la messa in latino?
    E’ fondamentale la “trasparenza evangelica” oppure si può convivere tranquillamente con le zone d’ombra della pedofilia ecclesiastica,con i comportamenti istituzionali nei quali la Chiesa si muove come centro di potere accanto agli altri poteri politici,economici o finanziari?
    Pochi giorni or sono ho partecipato al funerale di una mia amica carissima che ha concluso dopo una terribile malattia una vita spesa nell’amore verso il suo prossimo unito ad una fede immensa
    guidata da una preghiera costante.Il parroco del caso
    ha fatto un sacco di storie per celebrare il funerale in tempi brevi perchè aveva molte cose da fare…ma con 500 euro il tempo lo ha trovato!!!
    “Dai frutti si riconosce l’albero “.

    ciao a tutti

  • 2 Fabio Rocchi // 25 Set 2008 alle 16:46

    Troveremo mai qualcuno contento di qualcosa che va come si deve?
    No, perché essendo tutti noi uomini, faremo sempre qualcosa di sbagliato, pur fra tante cose giuste.
    E così inevitabilmente (ma mi sembra accada da qualche millennio) ci sarà sempre qualcosa da criticare, naturalmente dandone più risonanza di qualsiasi cosa giusta, bella e buona che in ogni secondo, in ogni angolo d’Italia o del mondo viene fatto.
    Ma va così, siamo uomini e sappiam bene come sbagliare…

  • 3 daniele // 25 Set 2008 alle 19:52

    Parlo per esperienza diretta. Le persone non vedono la differenza tra Fede e Religione.
    Si fa una fatica enorme a far capire ad adulti che si professano credenti che non si è Cristiani una volta per tutte, che, per dirla come Annibale domenica scorsa, una volta che si è incontrato Dio bisogna continuare a cercarlo perché Dio è molto più grande della nostra scoperta.
    Per tantissimi essere Cristiani significa riconoscersi nella Curia e nel Papa e poco altro.
    Non si fa altro che parlare di “Valori Cristiani”,
    norme di condotta da seguire, ma non di “Princìpi Cristiani”, punti di partenza positivi.

  • 4 Stefano S. // 8 Ott 2008 alle 11:01

    Non capisco in che modo possa essere utile un articolo simile, spero veramente solo come spunto, perchè è la solita accozzaglia di inutilità,ormai da anni unico modo di scrivere dei soloni della sinistra (come Umberto Eco, che definisce gli elettori di centro dx, come dei facinorosi o dei beoti che pendono dal Tg4).
    Definire la semplicità di destra e la complessità di sinistra non so che senso abbia, la rovina della scuola è stata di abbandonare il nozionismo (non esasperato) per assecondare i sofismi di una schiera di pedagogi e sociologi per cui l’allievo non deve imparare i fatti e le cose, ma “scoprire il proprio metodo di autoapprendimento migliore” … per quanto riguarda la Fede la traslazione è semplice, la dottrina di Gesù è semplice, la cosa complicata può essere l’attualizzazione dell’insegnamento evangelico al giorno d’oggi e come farlo passare , ma il messaggio di fondo dell’Amore è incontrovertibile, lo sapete meglio di me. Punti di vista come quello dell’esimio Serra, portati alla religione vorrebbero solo dire “non ascoltare il Papa o le omelie del tuo parroco, le cose sono più complicate, trova Dio in te stesso, e creati la tua religione, prendi quello che ti piace del Cattolicesimo e lascia il resto, come in un piatto misto sbocconcellato al ristorante “Cattolico Adulto”.

  • 5 ErvinTW // 12 Nov 2008 alle 04:05

    Thanks! Nice post.

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